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Giuseppe Bizzi (PD). Come e perché l'Italicum deve essere migliorato in Parlamento

4 febbraio 2014

Pubblicato in: Articoli PD Parma

La politica italiana ha la coscienza gravata da anni di immobilismo sulla legge elettorale. Ora un testo è in discussione in Parlamento e questo è un fatto positivo. Ma l’Italicum presenta molti punti da migliorare. Accettarlo in modo acritico non farebbe che confermare la debolezza del Parlamento: prima inconcludente, ora ininfluente. Riportare questa istituzione al centro della nostra democrazia è il miglior modo per rispondere agli attacchi indecenti a cui è stata sottoposta dalle parole e dai gesti del Movimento 5 stelle.

Sicuramente la nuova legge è meglio del Porcellum (e ci voleva poco), ma non ne supera il difetto più grave: la possibilità degli elettori di scegliere i propri rappresentanti garantita solo dai collegi uninominali o dalle preferenze.

Invece sono riproposte le liste bloccate. Certo, più corte (da tre a sei nomi), ma sempre bloccate, quindi scelte da pochi segretari nazionali di partito che di fatto nominano il Parlamento. E’ apprezzabile che Renzi assicuri che il Pd farà le primarie per determinare le liste, ma il problema è il cambiamento di sistema, non il comportamento virtuoso del nostro partito, sintomo di una fase emergenziale come è stato per le primarie alle ultime elezioni con il Porcellum. Che senso ha intestarsi una riforma che ha un difetto così grave che si deve subito correggere per via di partito?

Inoltre, cosa fondamentale ma passata quasi sotto silenzio, il riparto dei seggi avviene su base nazionale e quindi il voto del cittadino di un collegio contribuisce all’elezione di un parlamentare della lista bloccata dello stesso partito ma in un altro collegio. Qualcuno che l’elettore non conosce e che magari non intendeva votare.

Ad aggravare ulteriormente la situazione c’è la possibilità di candidare una stessa persona in più collegi (come richiesto dal Nuovo centro destra), con la conseguenza che dovrà optare per uno in caso di elezione, annullando così di fatto il voto di chi, nei collegi scartati, aveva scelto la lista sperando che quel candidato fosse il parlamentare del proprio territorio.

Il combinato disposto di questi tre elementi (liste bloccate, riparto nazionale, candidature multiple) rende molto debole la chiarezza di indicazione dell’elettore rispetto alla scelta dell’eletto, come invece richiesto dalla sentenza della Corte che ha dichiarato incostituzionale il Porcellum.

Rispetto alle motivazioni della Corte, c’è poi un’altra preoccupazione di sistema legata alla rappresentanza, eccessivamente sacrificata sull’altare della governabilità, elemento assolutamente necessario e positivo, ma non nelle proporzioni che escono dalla proposta di legge. Associare infatti una bassa soglia (anche nell’ultimo aggiustamento al 37%) per il premio di maggioranza con alte soglie di sbarramento per l’ingresso in Parlamento significa creare condizioni eccessivamente punitive  verso i piccoli partiti. Che poi tali non si possono definire: con l’attuale testo un partito non coalizzato che raggiungesse il 7,9% sul territorio nazionale resterebbe escluso dal Parlamento, ma quella percentuale corrisponde a quasi 4 milioni di elettori! Invece entrerebbe un partito che raggiungesse in sole tre regioni il 9%: una clausola su misura per la Lega Nord, richiesta da Berlusconi, che è inaccettabile.

Con il divieto di allargare la coalizione al secondo turno i voti dei partiti che non raggiungessero l’8% andrebbero del tutto dispersi e i cittadini non avrebbero alcuna rappresentanza. Stessa sorte per i voti dei partiti coalizzati che non arrivassero alla soglia del 4,5%, secondo l’ultima versione del testo. I loro rappresentanti non entrerebbero in Parlamento, ma la loro percentuale contribuirebbe in modo anche decisivo a far scattare il premio di maggioranza o fare andare al ballottaggio la coalizione di cui fanno parte. Non è comprensibile che non sia garantito loro nemmeno il diritto di tribuna.

E’ auspicabile che il confronto parlamentare - se svolto senza preclusioni, interessi di parte e con la volontà di tutti di dare davvero all’Italia la migliore legge elettorale possibile - possa decisamente correggere questi difetti. La logica del “prendere o lasciare” non è un buon aiuto né al confronto nei partiti, né alla dignità del Parlamento né alla qualità del risultato. Gli inaccettabili ritardi dei partiti sulla legge elettorale come su altri temi non possono fare diventare accettabile l’idea che approfondimento, ascolto e dialogo siano da contrapporre al decidere e non invece l’essenza del decidere stesso.  

Senza questa consapevolezza rischiamo paradossalmente che la positiva accelerazione che Renzi ha imposto al sistema politico ci porti solo più velocemente verso una legge elettorale gradita soprattutto a Silvio Berlusconi.

Giuseppe Bizzi

Consigliere comunale Pd



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