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Lettera aperta di Giorgio Pagliari

21 dicembre 2022

Pubblicato in: Articoli PD Parma

Parma, 20.12.2022

Alle Iscritte e agli Iscritti del PD di Parma  

LETTERA APERTA

Carissime e carissimi,
mi permetto di manifestarVi alcune riflessioni sul PD, divise per punti.

Sconfitta elettorale
.
Niente avviene per caso.
La sconfitta elettorale è maturata a causa di errori su errori, accumulatisi negli anni.
Enrico Letta ne porta la responsabilità solo per la parte relativa alla gestione della campagna elettorale, avendo ereditato una situazione già drammatica e ampiamente compromessa: ingiusto (e comodo) farne il capo espiatorio.
Le ragioni della sconfitta sono tante.
Personalmente, credo che le principali siano:
(a) l’afonia del partito, cioè, l’incapacità di messaggi politici chiari e convincenti;
(b) l’immagine di un partito privo di una dimensione collegiale: una sigla a disposizione dei singoli;
(c) il leaderismo di troppi e l’assenza di veri leader;
(d) le divisioni interne come dimensione partitica irrinunciabile, frutto di incomprensibili personalismi;
(e) un certo elitarismo, con repellenti manifestazioni di autodichiarata superiorità;
(f) la mancata attenzione così ai problemi complessivi della società italiana, come alle criticità maggiori della vita quotidiana a fronte di un’insistenza su temi sacrosanti, ma di nicchia e/o divisivi (“ius scholae”; matrimoni omosessuali ecc.);
(g) un atteggiamento pregiudizialmente negativo nei confronti delle proposte innovative (c.d. conservatorismo di sinistra);
(h) un eccesso di “politicamente corretto”, mai mitigato da una proiezione foss’anche un po’ utopistica;
(i) un’autoreferenzialità esasperata, con incapacità di percepire il sentire della gente e la crescente delusione nei confronti del PD a causa della perdita del senso di appartenenza e del crollo del tasso di fidelizzazione;
(l) l’irrisolta antitesi tra le due visioni “di provenienza”, che si è tradotta nella sostanziale incapacità di dialogo costruttivo interno, nella costante polemica e nella mancanza di una linea comune con la tentazione, evidente in questa fase, di ritorni al passato incompatibili con le stesse ragioni fondanti dl PD;
(m) un approccio esasperatamente tattico, schiavo dei sondaggi e dell’irrisolta schizofrenia tra una prospettiva maggioritaria (oggi in crescente disgrazia all’interno) e una mai superata propensione per il sistema proporzionale, che garantisce comunque un potere di interdizione;
(n) la conseguente mancanza di idealità e di autenticità del messaggio politico e dei comportamenti, del tutto percepita dall’opinione pubblica e fonte di perdita di credibilità.

Crisi del PD

La sconfitta elettorale, certamente pesante pur se ampiamente prevista, ha determinato una sorta di deriva, tutto tranne che terminata. Si è dovuto assistere ad ogni sorta di reazione (vittimismo, incredulità, fatalismo, esasperazioni identitarie, personalismi individuali e correntizi, quando non subcorrentizi) con la clamorosa assenza dell’unica utile, necessaria e vitale reazione: una serena autocritica condotta senza reticenze.
La volontà dei maggiorenti di evitare percorsi, che potessero costringere questi ultimi all’assunzione di responsabilità per la sconfitta, è stata evidente fin dalla prima decisione: quella di lasciare il segretario in carica fino alla celebrazione del congresso, fissato (!?) a sei mesi dal 25 settembre u.s.. Una decisione oggettivamente assurda.
La contrarietà ad autoprocessarsi è stata confermata dall’impostazione stessa del congresso, che è la fotocopia del procedimento congressuale novecentesco. La commissione di saggi (cencellianamente scelta!), la raccolta delle idee della base (che rischia di dover fare i conti con una devastante demotivazione degli iscritti), le primarie. Il risultato è già scritto: da un lato, la personalizzazione (l’”io” e non il “noi”) dello scontro, per ciò stesso, divisivo e, dall’altro, un “leader” per statuto e non per le sue qualità.
Le prime avvisaglie sono già chiare.
Al netto del triste fenomeno del ritiro “patteggiato” delle candidature, mi lascia più che perplesso la scarsità di idee messe in circolazione, la concentrazione dell’attenzione sulle questioni interne al partito e la tendenza ad un confronto su questioni da addetti ai lavori.
Emblematica sotto questo punto di vista è la speciosa questione delle correnti. A parte il fatto che oggi sarebbe più opportuno parlare di carriere individuali che non di correnti come fonti del dramma pidino, questo è un messaggio almeno ambiguo perché nasconde la tentazione di una gestione accentrata e solitaria. Un partito contemporaneo degno di tale nome (e non ridotto ad un’etichetta), al contrario, è quella del “primo tra pari”, cioè del “noi” e non (in nessuna forma) dell’“io”.
La corrente come espressione della pluralità delle opinioni, infatti, è la riprova della struttura democratica di un partito (art. 49 Cost.) e non può essere né soppressa né denigrata.
La degenerazione delle correnti stesse in gruppo di potere interno, per di più sempre più “personificato”, non può essere condivisa, ma non può essere combattuta per statuto o, peggio, per editto. L’unica strada sono le armi della democrazia e l’autorevolezza (non l’autoritarismo) – accompagnata da imparzialità ed assenza di partigianità – nella gestione del partito.
L’esperienza della penultima segreteria nazionale ne è l’esempio paradigmatico: un consenso bulgaro, stanti la mancanza di autorevolezza e la tendenza alla gestione chiusa, non è stato assolutamente sufficiente ad evitare caos e dimissioni.
Peraltro, partire dalle correnti è partire dalla fine e non dal principio, con il rischio di non arrivare mai al dunque: il problema, infatti, è molto più di fondo e radicale.
Se si vuole essere alternativa alla destra e, comunque, ai modelli oligarchici bisogna recuperare l’impegno politico incentrato sull’idealità, sull’autenticità, sul coraggio e la responsabilità delle posizioni, sull’ambizione politica individuale non come scopo unico dell’impegno politico, ma come possibile conseguenza dell’attività profusa in nome di un’idea e di un’azione condivisa con altri.
Il Qatargate è una sorta di ultimo avviso ai naviganti.

Prospettive
Il futuro del PD, secondo me, è nelle mani della base. Se quest’ultima riuscirà a darsi un ruolo da protagonista, potrà prendere corpo un nuovo PD o un rinato PD: le operazioni verticistiche, infatti, in questo partito non possono portare risultati veri e duratori.
In altri termini, il PD ha bisogno come il pane della sussidiarietà orizzontale, della costruzione dal basso e di un segretario che promuova e accompagni il processo. Lo scenario congressuale, allo stato, non mi pare che lasci molta speranza.
La base è chiamata, dunque, ad assolvere un compito certamente difficile, ma non impossibile.
I “corni” del problema sono due: da un lato, la ricostruzione della presenza sul territorio, e, dall’altro, la costruzione della base ideale. Ed è questa l’“impresa delle imprese” perché tra “riformismo” e “ritorno al PdS” solo la prima è pidina, mentre la seconda, del tutto legittima, è la premessa di un diverso percorso.
Solo la base, infine, può far ritrovare il coraggio e la responsabilità delle posizioni politiche, su cui fondare il recupero del consenso e di una leadership elettorale. Così evitando la negativa tendenza degli accordi tra sigle di partito: una scorciatoia senza futuro. E c’è un’altra ragione decisiva per la quale la base è la speranza. In essa, infatti, nel suo “nocciolo” migliore, risiede ancora la fede nelle idee professate, la convinzione profonda in esse e la determinazione nel perseguirle, mentre dopo le prime due segreterie tutto è stato tattica, strumentalizzazione e camaleontismo. E il dibattito di vertice sembra soffrire ancora di tutto questo soprattutto per l’assenza dell’esigenza di porre solide fondamenta, evitando le sirene di scorciatoie illusorie, quali i cartelli elettorali.
Il tema è costruire il futuro e non effimeri scenari sicuramente forieri, nella migliore delle ipotesi, di vittorie di Pirro.
Semmai qualcuno vorrà leggere e confrontarsi, sarò ben lieto di dare la mia disponibilità.
Buon Natale!
Buon Anno!
                                                                   Giorgio Pagliari



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